Mi sono stancata di me. Come quando finisce l’inverno e proprio non se ne può più degli abiti pesanti. Come di un tavolino che intralcia la camera e ci si deve sempre fare il giro intorno per andare dall’altra parte o sedersi sul divano. Come il cassetto colmo di biglietti di viaggio, fiori essiccati, appunti, ricevute di ristoranti o hotel, ingressi di musei o teatri, come tutte quelle cose alle quali ci si illude di poter agganciare un’emozione, un ricordo mentre infine solo ingombrano un cassetto che sarebbe così bello da aprire e trovare semplicemente vuoto.
Sono stanca dei pensieri che sembrano aprire infiniti sentieri ed infine poi non portano a nulla. Sono così stanca delle mie parole che si, son tante e a ben vedere sempre le stesse, che è inutile ripeterle ancora e ben vorrei, se solo ne fossi capace, stare zitta, proprio zitta,e solo guardare.
Mi sono stancata così tanto di me, che mi esco fuori e prendo il sole.
Siedo sopra un muretto, con un libro in mano, in una pausa, non pausa, di una vita che corre. E credo in questo muretto duro sotto le mie natiche, in queste pagine di carte fra le dita che potrei stracciare o voltare con cura. Credo in questo sole sul viso, perché poggio la mano sulla guancia e ne sento il calore scaldare la pelle. Parafrasando un’amica, oggi riesco a credere solo in ciò che tocco, ciò che sento, ciò che vedo, ciò che gusto, ciò che odoro. E quel ‘sento’ non il mio solito ‘sento’, ma un udire con le orecchie parole pronunciate e suoni emessi. E nel momento che non tocco, non sento, non vedo, non gusto, non odoro, null’altro credo che esista se non il vuoto, l’assenza, la non presenza, lo spazio, l’abisso, il precipizio dove poter star soli e imparare a viversi almeno un po'.
Sono proprio troppo stanca di me, tanto da non aver più voglia di inventarmi diversa da così.
[comunque significhi questo vago 'così']
Semplicemente Li'...



Perchè mi è presa sta fissa di vedere il film "Caos calmo" nonostante non sia mai riuscita a vederne per intero uno con Moretti, non m'è chiaro. Lo stimolo è arrivato dai polemizzanti e ancor più dagli indignati per la chiaccherata scena di sesso: ero certa fosse strumento studiato a tavolino per attirar discussioni e sollevare il ritmo di un film che nasce, a mio avviso, da uno spunto interessante ma che su questo spunto ci gira poi intorno senza mai graffiare, senza saper donare lo spiraglio di una intuizione ancorchè fugace o infondata, senza autenticità, banalizzando il tutto. Invece devo dire che, aldilà delle presunte intenzioni, secondo me l'unica scena nella quale è possibile ritrovarsi riconoscendola quantomeno come 'possibile' è proprio quell'unica scena di sesso: un incontro tra due solitudini (lei da quella coniugale con un un uomo vile che scopre non aver neppur tentato di salvarla mentre rischiava di annegare, lui da una ancor peggiore: la solitudine da sè stesso, da quell'isolamento del 'sentire'). Un incontro dove entrambi si usano l'un l'altro, naufraghi del proprio mare deserto, vite spoglie come il parco dal quale Pietro, seduto su una panchina, attende la figlia durante le lezioni scolastiche. Certo è poco ben collegata, contestualizzata con il resto del film, ma almeno vibra di verità, che diamine! Per il resto tutto a me è parso un po' posticcio. Questo apparente non dolore privo di domande, questi personaggi che girano intorno alla storia quasi solo a voler dare spessore a questa 'sospensione' del protagonista. Non c'è un solo attimo che sfiori il dubbio che Pietro possa ammettere anche solo a se stesso: non soffro perchè non l'amavo (la moglie morta, intendo). Ci sono verità intorno alle quali ci si gira e rigira intorno. E sarebbe tanto più semplice, leggero, andarci dritti sino in fondo. Ci sono vite che vanno così. Girando intorno alle proprie domande evitate. Mi è rimasta una grande amarezza, perchè questa poca consapevolezza di sè, questo poco desiderio di conoscere ( sè e chi ci sta intorno), questo passarsi accanto come se si camminasse di fianco ad un muro senza alcun desiderio di attraversarsi, mi ruba un po' la gioia del mio vivere. Continuavo a ripetermi mentalmente: non la voglio una vita così, non voglio questa 'calma' dentro o intorno a me. Perchè di caos questo film non ha proprio niente, tutto è controllato, e quand'anche perde il controllo (nell'amplesso, l'unica scena che m'è parsa verosimile) diventa prevedibile, inizia e finisce senza lasciare alcuna devastazione, nessun graffio, neppure un segno. 


Ma vivo intera? E questo può bastare? Non è mai bastato e tanto meno adesso. Scelgo scartando, perchè non c'è altro modo, ma quello che scarto è più numeroso, è più denso, più esigente che mai. A costo di perdite indicibili - una poesiola, un sospiro.
